Festa dell’Unità, a Trecate Sergio Chiamparino e Matteo Mauri. Il presidente della Regione Piemonte: «Mi candido o lascio, purchè si decida».

Festa dell’Unità, a Trecate Sergio Chiamparino e Matteo Mauri

Si è parlato tanto di “sfide”. Forse, «la prima sfida è oggi quella di essere qui, per testimoniare la nostra identità politica». Così il segretario provinciale del Partito Democratico Sergio De Stasio ha introdotto il presidente della Regione Piemonte Sergio Chiamparino e il parlamentare Matteo Mauri, componente della segreteria nazionale guidata da Maurizio Martina, la cui partecipazione era considerata il piatto forte della seconda giornata della “Festa de l’Unità” conclusasi ieri sera a Trecate.
Sul tavolo questioni di carattere nazionale (il ruolo che dovranno recitare nei prossimi mesi i “dem”, una volta celebrato il loro congresso, nelle vesti di principale forza di opposizione all’attuale Governo “giallo – verde”), ma soprattutto locale, alla luce delle elezioni per il rinnovo dell’Amministrazione di Palazzo Lascaris previste per il prossimo anno, e che hanno visto nelle ultime settimane proprio Chiamparino offrire la sua “disponibilità” a ricandidarsi. Senza dimenticare l’imminente referendum “consultivo” con il quale gli abitanti del Vco saranno chiamati ad esprimersi circa un possibile passaggio alla Lombardia.

«Periodo caotico, ma vedo anche tanta voglia di rivalsa»

Moderati dal direttore del “Corriere di Novara” Sandro Devecchi, ha preso inizialmente la parola Mauro, stimolato dal quesito riguardante come si possa lenire la “frattura” da tempo apertasi all’interno del partito e con quello che dovrebbe essere il suo naturale elettorato. Ha ammesso che si tratta «di un periodo caotico, dove sono venuti meno alcuni punti di riferimento. Però vedo anche tanta voglia di rivalsa, tanto orgoglio e preoccupazione per quello che sta succedendo e per quello che potrebbe succedere al Paese». Poi una riflessione sul “fenomeno” Movimento 5 Stelle, «che è stato capace, fin dal 2013, una domanda di cambiamento indistinta e non indirizzata e che oggi, insieme alla Lega, sta facendo passare concetti molto pericolosi».

«Mi candido o lascio, purchè si decida»

Un Pd impegnato a interrogarsi, che fatica a presentarsi come soggetto principale dell’invocato “cambiamento”. Forse cominciando dai suoi dirigenti. Chiamparino, chiamato in qualche modo in causa, ha ribadito che «fin dall’inizio ho dichiarato la mia disponibilità a ricandidarmi, ma allo stesso tempo a sostenere in modo aperto e leale diverse scelte prese dal Pd e dalla coalizione, forse più coraggiose e in prospettiva più solide per guardare oltre». Ripercorrendo poi le tappe più salienti della sua Amministrazione («Parlando solo di sanità, eravamo su una barca prossima a colare a picco…»), «abbiamo dimostrato credibilità, che nel concreto si trasformerà in importanti investimenti».

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«Il Piemonte avrebbe bisogno di “sì”»

Poi l’ex sindaco di Torino ha ammesso di aver detto di “sì” per un’altra ragione. «Parlando solo di infrastrutture, l’attuale Governo ha una “trazione” leghista rivolta al Nord – Est insieme a un’altra componente più debole, i “grillini”, orientati per il “no”. Il Piemonte avrebbe bisogno di “sì” e di non essere messo in un angolo. Per questo penso ad un’alleanza aperta, con formule innovative. Tempo ne abbiamo ancora, però bisogna decidere». E due cose occorre fare: «Smetterla di litigare, perché diamo l’impressione che ognuno pensi solo al suo futuro personale e non a quello della comunità del partito. Abbiamo bisogno di tornare a essere uniti e convinti. Si decida nelle sedi opportune, anche a maggioranza. Meglio una decisione non unanime piuttosto che continuare a trascinare una discussione con mugugni e rancori».

Una responsabilità forte

Quindi il primo passaggio sarà quello del congresso, «dove avremo modo di confrontarci, esprimere una maggioranza e un gruppo dirigente magari non condiviso da tutti, piuttosto che continuare come Penelope, che disfaceva di notte quello che tesseva di giorno». Una battaglia per il Piemonte, ma rivolta al Paese e alla stessa Europa, «ma con una riforma radicale della sua organizzazione». Un auspicio condiviso da Mauri: «Dobbiamo fare un congresso, ma anche un “pre” che sia il più politico possibile, evitando polarizzazioni come accadute recentemente fra “pro” e “contro” Renzi. Perché abbiamo una responsabilità forte».
Luca Mattioli