Miasino Classic Jazz Festival, apre il grande Lino Patruno. Intervista al musicista, cabarettista, attore e regista televisivo.

Miasino Classic Jazz Festival, apre il grande Lino Patruno

È uno di quei nomi che dicono tutto: Lino Patruno. Un legame inossidabile con la grande musica. La storia della musica l’ha scritta veramente. Cabarettista e musicista, cofondatore dei mitici Gufi, concertista e attore, organizzatore di festival e regista televisivo. Sarà lui ad aprire Miasino Classic Jazz Festival 2018 domani, domenica 5 agosto, alle 21.30 nello scenario di Villa Nigra con “Omaggio a Louis Armstrong e Sidney Bechet”. Sul palco anche Fabrizio Cattaneo tromba, Luciano Invernizzi trombone, Francesco Licitra clarinetto e sax, Laura Fedele pianoforte e voce, Aldo Zunino contrabbasso e Walter Ganda batteria (ingresso 10 euro, gratuito under 14).

«Amo il jazz degli anni Venti»

A lei l’onore di dare il la alla rassegna. «Ne sono felice, è un grande festival quello di Miasino. Partecipai alla prima edizione. Un evento importante quello organizzato dall’infaticabile Andreina Gemelli. E quest’anno torno volentieri. Il mio spirito non è mai cambiato, amo il jazz che è la cosa più importante per me. Lo amo ora come sessanta anni fa quando iniziai. Purtroppo è il jazz a essere cambiato. Quello di oggi è terribile, non si può sentirlo. Io amo quello degli anni Venti. Non l’ho mai tradito e neanche lui me. Quello di oggi non mi piace. Un discorso che non vale solo per il jazz. È così per tutte le arti: cinema, teatro, musica leggera. Non vado più in giro. Me ne sto a casa a vedere i film del passato remoto e ad ascoltare i miei dischi. Altrimenti se uscissi mi verrebbe l’esaurimento nervoso».

«Non faccio mai programmi»

Che cosa ascolteremo a Miasino? «Non faccio mai programmi né tanto meno scalette. Il jazz è improvvisazione. Ho la fortuna di avere al mio fianco musicisti meravigliosi, i migliori. Ne sono rimasti pochi con quello stile. Conoscono il mio repertorio di mille pezzi. A seconda della serata scelgo quello che mi piace».

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Il cabaret con i Gufi

Della sua funambolica carriera quali momenti vuole ricordare ai nostri lettori? «Devo ammettere che sono stato fortunato, non ho mai conosciuto un insuccesso dal punto di vista jazzistico e teatrale. Se vado indietro con i ricordi mi vengono in mente i problemi che i Gufi, il primo gruppo di cabaret italiano, ha avuto negli anni Sessanta con le destre: il nostro spettacolo era di sinistra e non andava giù. Ma noi siamo andati avanti lo stesso. Chi voleva veniva a sentirci».

«Il jazz invece è per palati difficili»

«Poi mi piace ricordare la nostra partecipazione al festival jazz di New Orleans, il più importante del mondo – continua Patruno – Ho portato con me Franco Cattaneo. Suonava così bene la tromba da far impallidire i musicisti neri nei locali per la jam session. Una bella soddisfazione a casa loro. Di ricordi ne ho tanti e sono contenuti nei due libri autobiografici che ho scritto. Devo ringraziare la vita che mi ha dato la possibilità di vivere esperienze bellissime attraverso il jazz. Un genere che non ha molto successo in Italia: è per persone sensibili. Oggi si vedono cose terrificanti in tv, neanche le voglio sentire, come X Factor. Lo stesso per la musica leggera. Quella che va per la maggiore è per palati molto semplici. Il jazz invece è per palati difficili. E io preferisco avere un palato difficile».

Eleonora Groppetti